Un ultimo sguardo allo specchio: sono pronto.
Capelli all’indietro, cravatta nera, fermacravatte argento. I mocassini luccicano.
Devo farcela, devo trovare la forza di dimostrare chi sono.
Sono stanco di essere considerato un disadattato. La mia ex ragazza mi chiamava quasi adatto: mi canticchiava, sorridendo, quella canzone dei Tre allegri ragazzi morti:
Quasi adatti a garantire il giusto risultato
Quasi adatti a star seduti dentro un’auto accessoriata standard
Quasi adatti a scuole con i crocefissi ai muri
Quasi adatti a discoteche come gabbie
Quasi adatti a innamorarsi di un’animale a pelo corto
Quasi adatti a raccontare agli altri i propri cazzi
Quasi adatti…
Quasi adatti…
Quasi adatti…
Quasi adatti…
Amavo la mia ragazza, ma non la sopportavo quando mi trattava così.
Esco in strada, l’appuntamento è alle quindici. Dalle parti di Porta Venezia. Non conosco la zona e per questo mi sono stampato la cartina. L’ho letta e riletta. Mi sono immaginato la strada da percorrere nella mia testa: due volte a destra e poi, alla rotonda, la seconda uscita. Cinquecento metri in tutto.
In metro rileggo il mio curriculum: non avrò esagerato a scrivere “ottima conoscenza dell’inglese”? Meglio non pensarci. Poso il curriculum e prendo in mano un romanzo. Leggo alcuni passi senza riuscire a concentrarmi. Sento il battito del cuore leggermente accelerato, mi convinco che è tensione positiva; se non ricordo male, si chiama Eustress: stress positivo.
Una volta uscito dalla metropolitana fatico a orientarmi. Sarà per via del contrasto, buio-luce accecante. Controllo i nomi delle strade li attorno: ecco, via Vittorio Veneto; ci sono.
Cammino spedito. Sento un caldo insopportabile. D’estate a Milano, di primo pomeriggio, non è consigliato camminare spediti con un completo scuro e una cravatta stretta al collo.
Dopo circa dieci minuti non vedo nessuna svolta a destra. Ma come è possibile? Controllo la mappa. Che abbia imboccato la via nella direzione opposta? No, non può essere…però qui non torna…ma sì, cazzo! Sicuramente è cosi. Devo stare calmo e tornare indietro. L’orologio da tasca, un regalo della mia ex ragazza, segna le quindici meno quindici. Un quarto d’ora di tempo. Sono in ritardo. Allungo il passo. Sono sudato. Mi asciugo con il dorso della mano la calda rugiada che si forma sopra il labbro superiore. Il vestito aderisce al mio corpo. Mi sento sgraziato nei movimenti.
Sono le quindici, non posso fare tardi. Sono stati chiari quando mi hanno chiamato. Due sono i requisiti: puntualità e bella presenza.
E adesso? Nessuna rotonda, nessuna svolta né a sinistra né a destra corrisponde.
Maledizione, non posso farcela, non c’è niente da fare.
Ho deciso, rinuncio. Non voglio fare brutta figura. E poi in fondo non mi piaceva nemmeno quel posto. Non sto mentendo a me stesso? No, sono convinto: non me ne frega nulla di quel posto.
Entro nel primo bar e ordino una birra. Mi siedo, l’aria condizionata mi fa stare meglio. Per sicurezza, spegno il cellulare. Non voglio dare spiegazioni a nessuno. Riprendo in mano l’Oblomov e mi metto a leggere:
“Era questi un uomo di trentadue-trentatré anni, di media statura, di aspetto piacevole, con occhi grigio-scuri, ma nei tratti del volto privo di qualsiasi idea determinata, di qualsiasi concentrazione. Il pensiero passeggiava come un libero uccello sul suo viso, svolazzava negli occhi, si posava sulle labbra semiaperte, si nascondeva nelle rughe della fronte, poi scompariva, e allora su tutto il volto si accendeva l’uniforme colore dell’indifferenza. Dal volto l’indifferenza passava alle pose di tutto il corpo, perfino alle pieghe della veste da camera.”
Alle conseguenze ci penserò domani, per quel giorno tanto vale godersela.
Photocredit: luigioss
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