La funzione primaria della scrittura è quella di comunicare un messaggio. Non certo quella di mostrare la nostra cultura, il nostro sapere. I blog, in particolare, dovrebbero avere la funzione di condividere informazioni, non quella di insegnare. Il blog per me è uno strumento che mi permette di fissare alcune idee, pensieri che altrimenti resterebbero vaghi; immagini nella mente che sfumerebbero in poco tempo.
Per scrivere bene, per essere compresi, è necessario dunque focalizzarsi sul nostro destinatario, sul lettore, non certo su noi stessi. La scrittura auto celebrativa non è una buona scrittura. Egocentrismo e narcisismo sono nemici della buona scrittura.
Per scrivere bene, dobbiamo nascondere, nei limiti del possibile, il nostro sapere per far si che il nostro messaggio venga compreso nel miglior modo possibile.
Umberto Galimberti nel suo ultimo libro , I miti del nostro tempo parla di mimetizzazione dell’intelligenza.
Ecco, trovo che mimetizzare la propria intelligenza sia un requisito necessario per migliorare la nostra scrittura.
Riporto alcuni passi dal suo libro:
Mimetizzare la propria intelligenza significa allora saperne modulare l’espressione a seconda del contesto in cui ci si trova, percependo in anticipo il livello di comprensione di coloro che ascoltano e le possibili reazioni che l’intervento può produrre. Questa capacità anticipatoria, che evita le reazioni negative, è tipica di quelle intelligenze non narcisistiche, capaci di “mettersi nei panni degli altri” e calibrare perfettamente come un certo discorso, per intelligente che sia, può essere percepito dall’altro e davvero compreso.
Gli antichi filosofi, a differenza dei sapienti che ritenevano di possedere la verità, sapevano che un conto è la verità, un conto è la comprensione della verità. E alla comprensione della verità hanno dedicato la loro massima cura, istituendo, a partire da Socrate, le scuole, persuasi com’erano che una verità non compresa non serve a niente.
A condizionare la comprensione non sono solo fattori culturali, ma soprattutto ed eminentemente fattori emotivi, per cui, ad esempio, se una classe di studenti si sente amata dal suo professore l’apprendimento sarà facilitato, c’è un messaggio viene veicolato da un testimonial apprezzato dal pubblico, sarà più facilmente recepito.
Ciò significa che un’intelligenza che si accompagna a una competenza emotiva sa che cosa, di quanto esprime, può essere recepito o rifiutato. E, se le interessa che il messaggio passi, questa intelligenza sa anche rinunciare a dire tutto quello di cui è competente, per limitarsi rinunciare solo ciò che può essere compreso. Riduce quindi le sue possibilità enunciative a favore della trasmissibilità dei messaggi. In una parola, mimetizza la sua intelligenza a misura della recettività di chi ascolta, per favorire l’acquisizione delle informazioni […]
La mimetizzazione dell’intelligenza è la virtù delle persone veramente intelligenti, che sanno coniugare la verità con la comprensione della verità, per la quale sono disposti a rinunciare all’esibizione di sé per la cura dell’altro alla comprensione delle modalità con cui l’altro può capire quanto si va dicendo.
All’intelligenza che sa mimetizzarsi compete quella virtù che possiamo chiamare altruismo, qui inteso non come “buonismo”, ma come percezione di ciò che è altro da me perché consapevole che gli altri, con le loro obiezioni anche grossolane, possono costituire uno stimolo a un’ulteriore ricercare e intendere e trovare.
Dimensioni queste, tutte impedite alle intelligenze narcisistiche che, non percependo nulla dell’altro, del suo livello di comprensione del valore delle sue obiezioni (che i narcisisti scambiano per attacchi), irrigidiscono la loro intelligenza, facendola diventare sempre più dogmatica, e alla fine arida e fossilizzata, perché non dialogica e non ricettiva di quanto gli altri e il mondo ancora da insegnare.
[Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo; (pag 84-85)]



