Alle sette in punto di una gelida mattina di gennaio, mi trovo sull’attenti insieme ai mie compagni. Di fronte ai noi, il nostro comandante. Le sue orecchie sono di un bel colore rosato nonostante quindici gradi sotto zero. Le mie e quelle degli altri soldati semplici sono invece di un bel rosso barolo invecchiato.
Dopo aver sbrigato le solite formalità – alzabandiera, presentazione della forza presente, chiedenti malattia e rapporto – ci dirigiamo verso il campo di addestramento. Oggi è prevista una nuova attività. Lezione di sci alpino. Non male, mi dico, almeno quest’anno di naja non sarà del tutto sprecato. Imparerò qualcosa di utile. Fino allora avevo imparato solo l’umiliazione di dover sempre dire si; avevo imparato a sottostare senza fiatare anche – o forse soprattutto – ai comandi più stupidi.
Seduto sulla neve ghiacciata, riesco ad indossare gli scarponi, e a fatica riesco a legare quei lacci lunghi con delle cinghie arrugginite lungo la gamba. Un piccolo sforzo, un colpetto con gli addominali e ci sono: sono in piedi. Devo solo afferrare le racchette. Mi inchino per prenderle, ma mi sfuggono, si allontanano sotto i mie occhi. Ma le racchette sono ferme, sono io a muovermi.
La leggera discesa su cui mi ero adagiato, non sembra poi cosi leggera. Inizio a prendere velocità in pochi istanti. Una cosa inizio a capirla subito: non ho la minima idea di come fare a fermarmi. La discesa si fa sempre più ripida. Guardo di sfuggita il fondo valle, senza scorgerlo.
Ormai sono lanciato, rimango in un instabile equilibrio e sfreccio ad altissima velocità tra sciatori e pini dai rami appesantiti dalla neve. Sento alle mie spalle le grida del mio comandate ma ormai il fischio dell’aria nelle orecchie per la velocità è troppo forte per poter capire qualcosa. Mi aspettano diversi giorni di punizione, il comandante non accetta insubordinazioni.
Nonostante tutto mi sento bene, libero; è la prima volta che non seguo l’ordine del mio superiore.
E’ come se una forza più grande si stesse ribellando a tutte quelle ingiustizie. Il comandante non può fermarmi perché nemmeno io posso.
Le mie gambe tremolanti che si incrociano sotto i miei occhi sono l’ultima cosa che ricordo di quell’esperienza, dopodiché solo confusione: suoni di ambulanza, freddo e caldo improvvisi, parole di conforto da parte di persone mai viste prima, un elicottero, della grappa.
Addio corpo degli alpini, addio caro comandante e si ricordi che – unico della sua truppa – non ho scontato la sua punizione.



