Fare cronaca è una fatica nera

by Marco Dal Cin on 4 giugno 2010

cronaca nera, giornalismo, racconto, deontologia, precariato

“Sarebbe questo l’articolo che hai scritto? Ma dove hai studiato giornalismo?” Urlò il direttore della Voce Bergamasca, quotidiano tra i più venduti nei paesi della provincia di Bergamo.
“Ma direttore…io, veramente, ho seguito alla lettera il manuale, sa, le 5 W del giornalismo…” Ribattei debolmente.

“Buttalo quel manuale! Questo è un articolo per femminucce! Equilibrato, preciso, ma senza forza. Ma chi l’ha scritto, Paolo Mieli? Noi qui facciamo giornalismo con i muscoli…ma hai idea di qual è il nostro lettore medio?

“Si penso di saperlo…intanto se acquista un quotidiano è mediamente colto e… ” Mi interruppe.

“Tutte balle, il nostro lettore ci legge al bar e vuole avere tutto chiaro. Non è mediamente colto, da noi vuole risposte chiare, semplici. Sopratutto vuole trovare su carta le idee che ha in testa. Il nostro lavoro è leggere nella testa dei lettori e dare autorità ai loro pensieri, chiaro?”

“Si…si direttore, mi è chiaro.”

“Il titolo, ad esempio, non funziona…non..non attira l’attenzione”. Il direttore prese un grosso pennarello rosso e barrò con diverse linee, dall’alto in basso, da destra a sinistra, fino a formare una griglia sopra il mio titolo. Ci avevo impiegato un pomeriggio intero per trovare quel titolo. Tempo buttato.

“Vediamo…” si grattò la testa quasi calva con il tappo del pennarello, un pezzo particolarmente grosso di forfora si staccò dalla sua nuca andandosi a posare sopra il puntino di una i, nascondendolo. Il direttore girò gli occhi verso l’alto, frugando nel cervello, alla ricerca di qualche idea, dopo pochi secondi sorrise soddisfatto:

“Ecco, ho trovato il titolo: Caso Calvi: è albanese il sospettato numero uno”, mi guardò dritto negli occhi, visibilmente compiaciuto.

“Direttore, guardi che le cose non sono esattamente cosi…”

“Non farla lunga, questo titolo funziona. Riscrivi il pezzo, riportamelo entro sera.” Disse perentorio.

“Si signore”.

Me ne andai riflettendo sul titolo. Avevo letto troppi libri sulla deontologia del giornalista per poterlo accettare. Tutti i discorsi sull’etica della professione a cui credevo si stavano frantumando al primo contatto con la realtà. Quel titolo era un pugno nello stomaco, ed erano troppi anni che non facevo addominali. Ma non potevo sottrarmi al giudizio del direttore. Era un uomo burbero, ma il suo lavoro lo sapeva fare. Andai alla mia scrivania e rilessi l’articolo; forse aveva ragione. Il mio pezzo era troppo equilibrato, troppo politically correct.

Mi misi al lavoro con l’intenzione di riscriverlo da capo. Dopo circa un’ora avevo scritto più o meno venti parole, e non ero sicuro che fossero nell’ordine giusto. Avevo bisogno di aiuto. Rimasi alcuni minuti con lo sguardo perso sul bianco accecante del monitor. All’improvviso, l’illuminazione. Andrea! Si, il mio caro amico Andrea era la soluzione. Era un giallista, magari non di fama, ma un paio di libri era riuscito a pubblicarli. Lui avrebbe saputo darmi alcune dritte su come scrivere qualcosa di accattivante. Erano anni che non l’ho sentivo, avrei dovuto trovare un pretesto per chiamarlo. Cercai su Google il suo nome. Trattenni a stento un urlo di gioa. Aveva appena pubblicato un libro, il terzo, che, da quello che si dice, è la prova più difficile per un autore. Avevo trovato un valido motivo per chiamarlo. Lessi velocemente un paio di recensioni, per farmi un’idea della trama del libro. I giudizi erano tiepidi: “Una trama traballante sostenuta da una prosa solida ma monotona; Andrea De Michele usa troppi stereotipi del giallo, tutto troppo prevedibile. Solo per amanti del genere.”

Bene, non era certo il libro dell’anno, ma era l’uomo giusto per me. Buttai l’occhio sull’orologio a parete sopra la mia testa: ero in ritardo. Impugnai la cornetta più veloce di Tex Willer e composi il numero di Andrea. Dopo appena uno squillo Andrea rispose:

“De Michele, chi parla?”

“Andrea sono Piero, ti ricordi di me?”

“ehm..veramente”

“ Ma come? Tutte le corse con la bicicletta, giù al fiume…ah quanto tempo, eravamo dei bambini!”

“Piero Ciotti?”

“Indovinato”

“Che sorpresa…a cosa devo la tua chiamata?”

“Volevo farti i complimenti per l’ultimo libro, lo sto leggendo in questi giorni, trovo che sia la tua opera più riuscita.” Mentii.

“Davvero…beh grazie, anch’io lo penso. Ho messo tutto me stesso dentro quel libro”

“Si sente Andrea…se non fosse che il mondo editoriale funziona per raccomandazioni, tu dovresti pubblicare per Mondadori, fidati”.

“Guarda Piero, in fondo preferisco restare uno scrittore di nicchia…” Mentiva, tutti vorrebbero pubblicare con Mondadori piuttosto che con le Edizioni Valtellina.

“Capisco, è una scelta condivisibile.”  Era il momento di andare al punto.

“Senti Andrea, visto che sei un esperto di gialli, vorrei approfittare della tua competenza per farti qualche domanda”.

“Dimmi pure”, mi chiese interessato.

“Da profondo conoscitore del genere, secondo te, quali sono gli elementi che non devono mancare in un delitto perfetto?”

“Come sai, leggendo i mie libri…” lo interruppi.

“Ho letto tutti i tuoi libri, e cerco anche di consigliarli ad amici e parenti.”

“Ti ringrazio…dicevo, come sai, costruisco le mie storie su fatti di cronaca realmente accaduti e  posso dire, senza tema di smentita, che gli ingredienti base di un delitto perfetto sono più o meno sempre gli stessi.”

“Interessante…e quali sono?” cercai di accelerare, mi ero scordato che Andrea era piuttosto logorroico.

“Allora, in primis la vittima; per catturare l’attenzione del lettore è meglio che sia una donna. Io ho sempre usato la studentessa universitaria. E’ un modello che funziona. Magari una studentessa Erasmus. Giovane, attraente, piena di vita e interessi.

In secundis, il colpevole; la prima regola è che non si sappia chi sia. Deve crearsi il mistero attorno alla sua figura. Tanto meglio se ci sono una serie di sospettati. Ricorderai perfettamente che nel mio romanzo precedente, il secondo, ho preso spunto dalla vicenda di Jack lo Squartatore, giusto?

“Si esatto..” Mentre parlava stavo prendendo appunti e contemporaneamente tenevo sotto controllo l’orologio.

“Ok nel caso di Jack lo Squartatore la presenza di molti sospettati fu determinante per suscitare l’interesse nel pubblico. Mi ricordo perfettamente che la stampa pensava che fosse un estroso italiano. Insomma, era una delle tante teorie…però è importante; si perché far ricadere la colpa su uno straniero è un’ottima tattica per entrare in sintonia con le paure recondite del lettore, capisci?”

Capivo e iniziavo a capire il titolo del direttore,  Andrea continuò:

“E non pensare che le cose siano cambiate, l’Inghilterra di fine ottocento, da questo punto di vista, non è molto diversa dall’Italia di oggi. Sai cosa diceva Einstein?

“Veramente…non ricordo”

“Diceva che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio” disse fiero della sua cultura.

“Interessante…ma senti, altri elementi?”Tagliai corto

“Non saprei…a volte la presenza di molti cadaveri, magari uniti da un filo conduttore tra un delitto e l’altro, non per niente, ogni giorno nascono serie TV con protagonisti dei serial killer. Tutte storie simili, ma di grande appeal per il pubblico…e poi…e poi, fammi pensare…si beh spesso il colpevole è  un borghese, un insospettabile, uno di quelli che, se chiedi ai suoi vicini, viene descritto sempre come una persona tranquilla…un tipo regolare…ma in realtà è pieno di scheletri nell’armadio…”

Avevo avuto informazioni sufficienti. Meno tempo mi restava per la consegna e più l’ansia cresceva. Dovevo mettermi sotto. Nella mia testa mi ero già formato alcune idee su come scrivere l’articolo. Presi in mano la conversazione:

“Andrea, mi sei stato molto utile, sei una fonte inesauribile di informazioni. Fammi sapere quando presenti il tuo libro, ci terrei ad esserci. Chiamami pure a questo numero”.

“Volentieri Piero…ti terrò aggiornato”

Iniziai a battere veloce sui tasti della tastiera, senza interruzioni, con un ritmo da bonghista africano.

Ero concentrato, completamente assorto nella scrittura. Dopo un’ora avevo finito il mio articolo.

Lo rilessi; era stracolmo di stereotipi. Allusioni. Notizie non confermate, spacciate per vere. La signora Calvi, la vittima, da casalinga di mezza età leggermente trasandata si era trasformata in una affascinate donna che dimostrava la metà dei suoi anni, con i capelli corvini ed espressione maliziosa annessa. I sospettati poi, si erano moltiplicati, e la maggior parte erano immigrati.

Andai dal direttore. Lesse l’articolo d’un fiato. Mi fece i complimenti. Mi disse che era perfettamente in linea con i lettori del quotidiano. Mi disse che potevo far carriera lì dentro.

Sorrisi forzatamente. Sentivo di aver tradito tutte le convinzioni, gli ideali, che mi ero costruito negli anni. Anni di studio buttati al vento. Ero un giornalista come tanti, di quelli che avevo disprezzato nel passato. Funzionava così, non potevo essere io a cambiare le cose. Avevo una famiglia e quel lavoro, a me, serviva.

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