Cosa significa essere una persona colta?

by Marco Dal Cin on 16 febbraio 2010

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Riporto una pagina dal libro I linguaggi della scienza di Massimo Piattelli Palmarini; Un libro pieno di informazioni interessanti spiegate in modo semplice e accattivante, con una prosa fluida, di alto livello, da romanziere più che da scienziato. Piattelli Palmarini è docente di scienze cognitive (Arizona University), personalità autorevole nel campo, ha collaborato con intellettuali del calibro diNoam Chomsky e Dan Sperber.

Tratto da: I linguaggi della scienza di Massimo Piattelli Palmarini (pag 156-157)

“Ma cosa significa essere una persona colta? Una tentazione ingenua consiste nel supporre che debba sapere tutto, ma questo è assurdo. E allora sufficiente che sappia “un po’ di tutto”? Chiaramente no. Siamo, purtroppo, già circondati dai “tuttologi”, cioè dalle persone che sanno (o credono di sapere) un po’ di tutto.
Una persona colta deve, invece, conoscere i fondamenti di tutto. O meglio, i fondamenti di tutto ciò che veramente è importante. Questo è possibile, anzi indispensabile.

La cultura vera, infatti, è innanzitutto un sistema di coordinate, nel quale si sa ben collocare tutto ciò che conta, e nel quale esiste un metodo per misurare l’importanza delle cose, la loro estensione, le loro radici nello spazio e nel tempo e la loro proiezione nello spazio nel tempo. Quello che possiamo chiamare lo spessore storico e una coordinate importantissima. Tutto sembra nuovo a chi non ha cultura. Prendere per nuovo ciò che non lo è significa condannarsi, senza saperlo, a ripetere gli errori del passato, e significa sbagliare la collocazione di quella cosa rispetto alle altre.

Conoscere i fondamenti vuol dire, inoltre, saper vedere le radici delle cose, e saper considerare le cose alle loro radici. Il tronco, i rami e le foglie li vedono tutti, ma vedere le radici è difficile. Richiede un occhio addestrato a indagare al di sotto del visibile, richiede l’educazione dell’occhio della mente. In superficie, con l’occhio del corpo, si percepisce il contingente e il mutevole, ma solo con l’occhio della mente si vede ciò che è immutabile, e chi si accorge della necessità che governa il contingente.

La cultura deve anche saper connettere cose tra di loro remote in apparenza, e deve saperle unire, appunto, alle radici, lasciandoli in vita, quindi con precauzione e con rispetto per il loro specifico, sorvegliando l’innesto giorno per giorno, nell’atto stesso in cui le radici originarie crescono e prosperano, non tagliando le fronde più belle e mettendole semplicemente accanto in un vaso, nel salotto buono. Fondere il sapere è la radice, quando ciò è possibile, è tutt’altra cosa dall’eclettismo superficiale improvvisato, in cui tutto “sta bene” con tutto.

Strettamente collegata a queste capacità è quella di sintesi, saper stringere le cose all’essenziale, ricordarsi solo dell’essenziale, e saperlo esprimere in modo succinto, ma potente. A ben considerarla, questa capacità di sintesi è molto diversa da ridurre il sapere in pillole, dalla semplificazione di ogni pensiero, dalla riduzione delle idee a semplici slogan, magari gridati. La persona di cultura non grida mai, non è nella sua natura. Né essa bisbiglia, perché il bisbigliare e alleato dell’intrigo, della congiura, della doppiezza e della vita da persona di cultura,
quando è utile o necessario, e solo allora, semplicemente dice, non grida e non sussurra. E le sue sintesi sono il portato di una vasta frequentazione con le idee con i fatti, non delle formule di effetto.

Dietro c’è la carica emotiva che scaturisce naturalmente dalla preoccupazione costante per la situazione dell’uomo, c’è la potenza del retto giudizio, e la certezza dei fini. “La pace la si fa con i nemici non con gli amici”, ha detto ytzhak Rabin. La commozione che suscita in noi questa frase ci fa capire quanto essa si allontana da uno slogan.”

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