Giovanni voleva sfondare. Voleva avere successo. Tutte le sue energie erano indirizzate verso questo obiettivo. Era determinato. Non gli interessava altro.
Quella parola, successo, per lui significava soldi, fama e visibilità. E poi, avere una bella figa affianco: da mostrare. Non una velina. Doveva essere lui al centro della scena, lui doveva essere quello famoso. Preferiva una modella. Magari leggermente sciupata e svedese. Pallida, bionda, con le occhiaie da panda attorno a degli occhioni azzurri tendenti al grigio. Se la immaginava con le All-Star, una camicia larga e un cappello di lana in testa. Leggermente depressa. Sempre svogliata.
Studiava con disciplina per diventare la persona che voleva. Faceva esercizi tutti i giorni. Sì, perché Giovanni aveva capito una cosa a suo parere fondamentale: aveva capito che la vergogna è un sentimento superato.
La vergogna lo bloccava. Odiava sentire questa sensazione crescere dentro senza poterla combattere, eliminare. Allora aveva capito che l’unica soluzione era abituarsi. Doveva, ad ogni costo, abituarsi a quella sensazione sgradevole.
A forza di esposizioni, era sicuro che quell’inopportuno dolore sarebbe diventato, con il tempo, sopportabile. Certo, non sarebbe sparito, ma ci avrebbe potuto convivere.
Addomesticamento dei sentimenti. Vergogna: un baco del sistema.
Gli esercizi che si era prefissato erano semplici:
Numero uno: chiedere e ottenere il numero di telefono di una ragazza al giorno. Insomma, provarci in modo sfacciato.
Numero due: guardare, fissare negli occhi uno sconosciuto finche questo non interrompe il contatto.
L’efficacia di questi banali esercizi risiedeva nella costanza, nella ripetizione quotidiana.
Giovanni era sicuro del risultato; si sarebbe assuefatto al disagio. Avrebbe perso, forse, una parte della sua umanità, ma che importava? A che serviva?
Sconfitta la vergogna, sarebbe stato libero. Solo allora sarebbe stato una persona di successo.



